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Il quaderno delle parole perdute - recensione

Buongiorno lettori❤
Giugno è stato dedicato a un gdl ibrido, a metà tra #sfogliandolinfanzia e un'iniziativa a se, per "Il quaderno delle parole perdute" di Pip Williams, edito Garzanti, che ringrazio per la proposta e l'invio della copia del libro.
Nell'articolo di seguito, al consueto, tutte le mie impressioni al suo termine.
Buone letture❤


TITOLO: IL QUADERNO DELLE PAROLE PERDUTE
AUTORE: PIP WILLIAMS
DATA DI PUBBLICAZIONE: 20 MAGGIO 2021
CASA EDITRICE: GARZANTI
GENERE: ROMANZO
PAGINE: 432
PREZZO: 17.00/EBOOK 9.99


TRAMA

Oxford. Lo Scriptorium nel giardino segreto è il luogo preferito della piccola Esme. Lì, nascosta sotto un immenso tavolo di legno, ruba parole scritte su bianchi fogli. Parole che il padre lessicografo scarta mentre redige il primo dizionario universale. Più Esme cresce, più capisce che le definizioni che non compariranno nel lemmario ufficiale hanno qualcosa in comune: parlano delle donne, del loro modo di essere, delle loro esperienze. Parlano della sorellanza, dell'amore che non è solo possesso, dell'essere compagne in una lotta comune. Escluderle significa non dar loro una voce, guardare il mondo da un unico punto di vista, soffocare possibilità e speranze. Eppure c'è chi fa di tutto per farle scomparire per sempre. Anni dopo, Esme è determinata a fare in modo che questo non accada. Per tutta la vita ha collezionato quelle parole con l'intenzione di proteggerle, perché ha un sogno: scrivere un dizionario delle donne, che restituisca a ciò che è andato perduto il rispetto che merita. Per farlo deve combattere contro chi non la pensa come lei. Ma a darle coraggio ci sono tutte le donne che da secoli non aspettano altro che far parte della storia e non essere dimenticate. Un romanzo che, prendendo spunto dalla storia vera della nascita dell'Oxford English Dictionary, scrive un inno all'importanza delle parole e dei libri. Un inno al diritto delle donne di rivestire un ruolo centrale nella cultura e nella società. Una storia che unisce al fascino intramontabile dell'ambientazione accademica di Oxford e Cambridge un messaggio di potente attualità.

RECENSIONE - COMMENTO

Non mi sono mai sentita così combattuta come al termine di "Il quaderno delle parole perdute", romanzo che, anche all'interno del gruppo di lettura, ha fatto nascere una bella discussione e messo in risalto differenti chiavi di interpretazione.
L'idea di ripercorrere la nascita di uno dei più importanti dizionari, come l'Oxford English Dictionary e trovarci nella città che è emblema e rappresentazione della cultura stessa, mi ha affascinato fin dalla prima lettura della trama.
Percorriamo principalmente il periodo storico tra la fine del 1800 e gli anni post Prima Guerra Mondiale, in una società basata sull'uomo, dove lui aveva voce in capitolo, lui era il colto e la donna relegata alla figura di moglie-madre.
In questo contesto storico, ricostruito su basi di personaggi realmente esistiti, ecco che spunta una bambina che porta il nome di Esme, che respira giornalmente quel magico inchiostro su carta, che si alimenta delle parole che passano dallo Scriptorium, il luogo dove nasce il dizionario.
Esme, per me, è stato un personaggio conflittuale per gran parte della storia. Spesso non ho compreso i suoi atteggiamenti, il suo modo di porsi e le stesse scelte intraprese, molte delle quali per volere altrui. Poi, anche attraverso il confronto nel gruppo di lettura, ho iniziato a pensare alla stessa Esme contestualizzandola nel periodo in cui è vissuta, a cavallo tra due secoli, quando molto di ciò che alle donne era proibito, avvicinava e alimentava la sua curiosità.
"Il quaderno delle parole perdute" è un romanzo suddiviso in sei parti, a simboleggiare le diverse fasi della vita della protagonista. Purtroppo le prime tre le ho trovate "piatte", ripetitive e abbastanza monotone. Sono, per lo più, quelle della Esme bambina, che racconta i giorni condivisi con il padre, giorni che si ripetono tali e quali nelle loro azioni. Sul finire della terza parte, quando Esme inizia a divenire una giovane donna, allora la narrazione prende una piega differente, iniziando a integrarsi con il mutare della Storia. Avvenimenti che interagiscono poco in realtà con la narrazione, se non in due occasioni: il movimento delle suffragette che Esme accoglie non accettandone la sua violenza, ma alimentando in lei il desiderio che le donne non siano solo "oggetti"; e la Prima Guerra Mondiale, con le sue ferite e quelle generazioni dimenticate.
Esme nella sua giovane vita porta avanti la sua personale battaglia: cresciuta tra i "dotti", impara che le parole che non si trovano tra le preziose pagine del dizionario inglese, sono in realtà quelle che descrivono non solo le donne, ma il popolo puro, contadino, semplice. Quelle parole che la ossessioneranno per tutti i suoi anni, portandola a divenire un personaggio difficile con il quale scontrarsi e confrontarsi.
Nonostante qualche ripresa narrativa qua e là, il romanzo mi ha lasciato qualche dubbio anche nella sua struttura, dove la parte conclusiva è sbilanciata rispetto al corpo centrale, risultando più frettolosa.
Sicuramente promossa l'idea dell'autrice: dar voce alle donne quando non ne avevano, immaginare la potenza della cultura in una bambina, cresciuta solo con il padre, di fine '800, ma resto, con la personale idea, che poteva essere creata un'amalgama più intrigante tra finzione e realtà.

VALUTAZIONE: ★★★

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